Mobile & Attitudes


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La Fiera 2.0

Da diversi anni ormai, le fiere, i saloni e le mostre sono venute a contatto con il digitale. La presenza di un sito Internet è ormai consolidata. Il sito istituzionale viene utilizzato per comunicare l’evento, dare tutte le informazioni necessarie per gli espositori, i visitatori e la stampa. Offrire la possibilità di acquisto di biglietti, prenotazioni e iscrizioni a eventi.

Anche gli espositori, nel recente passato hanno comunicato la loro presenza in fiera nei loro siti istituzionali, invitando gli utenti a visitare il proprio stand e cercando di riprodurre online ciò che il visitatore avrebbe trovato in fiera o di proiettare in rete ciò che stava avvenendo. Nello stand, oltre a belle ragazze, musica, gadget brochure, l’approccio al digitale è stato di presentare il prodotto su grandi schermi, rilasciare cd, o intrattenere con postazioni gioco.

L’uragano 2.0 è arrivato anche qui. Gli organizzatori puntano sempre di più a utilizzare in maniera sistematica e organica le tecnologie digitali 2.0 per rimanere in contatto con il proprio pubblico, con canali dedicati, pagine Facebook, blog, forum, Twitter, Youtube, applicativi mobile per iPhone, iPad, Blackberry. Le manifestazioni non durano più solo nei giorni dell’evento, ma sono attive 365 giorni all’anno.

Solo alcuni esempi italiani  in settori molto diversi tra loro:

Fiera di Parma: I-CIBUS è un digital touchpoint system sviluppato per la divulgazione e la fruizione di contenuti multimediali e informazioni commerciali, tramite chioschi interattivi. Il sistema permette alla manifestazione di continuare a comunicare, resta un cordone ombelicale tra la domanda e l’offerta. I giorni della manifestazione diventano importanti per un momento di incontro, tra grandi e piccoli protagonisti.
Una chiavetta USB permette ai visitatori di rendere più agevole e pratica l’acquisizione di materiale promo-pubblicitario (video, documenti aziendali, brochure, cataloghi, multimedia, ecc.), agli espositori di aggiornare in tempo reale le comunicazioni commerciali durante il periodo della fiera (lanci di prodotto, eventi, sconti, news e altro), alle fiere di ottimizzare il dialogo con visitatori ed espositori, veicolando tutte le informazioni di interesse su workshop, calendari delle prossime manifestazioni, congressi, ecc.

Transpotec 2.0, il salone dell’autotrasporto, propone inoltre un nuovo modo di fare fiera. La nuova tecnologia digitale, immersiva e multimediale, sviluppata da HyperFair in joint-venture tecnologica con il Politecnico di Milano-Centro METID, permetterà alla manifestazione di proseguire sul web dal 29 novembre al 1 dicembre.
Un apposito collegamento internet, che prende il nome di Virtual Transpotec, consentirà agli utenti di servirsi di un avatar, o alter-ego virtuale, per spostarsi nell’ambiente fieristico, interagendo con gli espositori. Gli espositori d’altro canto potranno interfacciarsi in tempo reale con i visitatori o i potenziali clienti tramite chat o videochat, rafforzando il contatto nato durante la fiera reale e stabilendone di nuovi.

BIT, il salone del turismo aperto 365 giorni all’anno con Bit Channel.

La ragione del boom del turismo online ha un nome: Travel 2.0. In tutto il mondo, l’e-travel sta ormai migrando in modo massiccio al web di seconda generazione: un’esperienza online dove i contenuti sono generati in gran parte dagli utenti, oltre che dagli Operatori. Immagini, video, racconti delle proprie esperienze di viaggio, recensioni di strutture, attrazioni turistiche e destinazioni: sono solo alcuni esempi dei contributi che il Viaggiatore può “caricare” in Rete. Diventando componente attivo nella catena del valore del prodotto turistico.

“Già a fine ’900 chiunque poteva pubblicare in rete – spiega Roberto Peretta, docente di Comunicazione Digitale per il Turismo all’Università di Bergamo – Ma ora in rete si sono massificati data base, multimedialità e interazione automatica. È più facile per chiunque condividere immagini, video e giudizi. È uno spostamento del principio di credibilità: adesso i turisti, anziché fidarsi di dépliant, guide o enti turistici, vanno a leggere che cosa altri turisti pensano, hanno fotografato o filmato”.

Un percorso che Bit ha intrapreso da tempo e che ha condotto nel 2008 alla nascita di Bit Channel (www.bit-channel.it). Accolto immediatamente da un grande riscontro del pubblico dei Vaggiatori, Bit Channel è diventata rapidamente una delle più rappresentative community italiane per i video turistici, che coinvolge sia gli Operatori sia i Viaggiatori in un ambiente interattivo e coinvolgente.

A più di un mese dall’apertura, appaiono i primi articoli sul Motorshow di Bologna:

“Sempre più web per il Motor Show di Bologna. La trentacinquesima edizione si arricchisce di nuove possibilità che cavalcano l’onda dilagante di internet.
Gli organizzatori della GL events Italia hanno messo a punto infatti una strategia comunicativa sulla diffusione attraverso tutti i canali del Web 2.0 andando oltre quindi al “semplice” sito istituzionale. Ecco quindi la possibilità di “incrociare” il salone bolognese sulla sua pagina ufficiale su Facebook, su Twitter, nel canale dedicato su Youtube e con le gallerie di immagini su Flickr. E i primi dati di questa campagna di comunicazione sono decisamente incoraggianti…” (repubblica)

Se gli organizzatori delle fiere stanno diventando 2.0, come si stanno muovendo gli espositori?

MRM WORLDWIDE ha avuto una buona idea per un suo cliente che sarà presentata proprio al prossimo Motorshow. Stay tuned!

(Stefano Stanich per MRM Worldwide)

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Viral Marketing is dead. Is it?

Da un po’ di tempo il Viral Marketing non tira più. È finito il tempo in cui i clienti, in un moto sovversivo di anticonformismo, chiedevano di “fare un virale”. Per non parlare dell’istinto suicida di quelle Agenzie che lo proponevano di propria iniziativa, ancor prima di avere una valida idea creativa in mano, eccitati all’idea di poter finalmente giocare senza regole e magari vincere così l’oro a Cannes.
Per fortuna, oggi vanno di moda i Social Media ed il Mobile Marketing, così possiamo finalmente tirare tutti un respiro di sollievo.

In realtà, l’anticonformismo non c’entrava niente con la passione per il Viral Marketing; era sempre stata solo una questione di soldi. Aveva preso il sopravvento l’idea malsana che, in presenza di un budget limitato, fare un virale fosse la soluzione perfetta. Alla fine bastava produrre un video low-cost con la telecamera di casa e metterlo su YouTube, e la potenza della Rete avrebbe fatto il resto, no? E se pure fosse venuta alla luce un’immonda schifezza, alla fine l’avrebbero vista solo quattro nerd sfigati su Internet, mentre le Masse Televisive non avrebbero subito alcun trauma.
Qualche centinaio di schifezze dopo, abbiamo capito che non era proprio così. Basta dare un’occhiata alla classifica dei film virali più visti nel mese scorso, e si capisce che per poter competere con essi non solo è fondamentale avere un’idea eccellente, bisogna anche garantire standard produttivi di qualità elevata.
E sarà sempre peggio. Il Marketing Virale si regge sul fatto che ciascuno di noi vuole fare bella figura con i propri amici condividendo qualcosa di bello, incredibile, divertente, fuori dall’ordinario. Alla fine promuoviamo un contenuto, fosse anche una pubblicità, per il desiderio di sentirci i più fichi del bigoncio; quindi la nostra proposta deve produrre un impatto uguale, se non superiore, a quelle dei nostri amici. Ne deriva una corsa al rialzo alla continua ricerca di contenuti sempre migliori, indipendentemente dalla loro provenienza; l’arena competitiva del marketing virale non conosce confini geografici.

Questo significa che chi fa Viral Marketing decide de facto di partecipare ad una competizione su scala globale, con molti partecipanti e pochissimi vincitori. Non c’è spazio per tutti e solo i migliori contenuti (le cosiddette viral bombs) ce la fanno a sfondare; non è un caso se molti virali di grande successo trionfano poi a Cannes.
È per questo che l’adozione di uno schema di promozione virale, sia spontaneamente che su richiesta del cliente, rappresenta da parte dell’Agenzia un notevole atto di fede; ma è più spesso un atto di arroganza o di superficialità, a giudicare dalla roba che viene messa in circolazione. Prima di procedere ad un viral seeding bisognerebbe essere certi di avere un contenuto competitivo; altrimenti si rischiano tante di quelle pernacchie che potremmo essere spinti, come fanno alcuni, a disabilitare i commenti degli utenti su YouTube (a proposito, non fatelo MAI).
Per questi motivi, sono dell’opinione che il Marketing Virale non possa essere pianificato a priori. Esso rappresenta una tipica forma di serendipità; per quanto lo si possa cercare, è più probabile che lo si trovi per caso. Non puoi sempre dire “adesso penso ad un virale”, non puoi essere sempre certo di trovare la pepita d’oro; alle volte la trovi, alle volte no. L’affermazione “per questa campagna servirebbe un virale” è quindi priva di senso oltre che pericolosa.

Esistono ovviamente dei modi per massimizzare le probabilità di successo, altrimenti organizzazioni che operano esclusivamente secondo tecniche virali, come la londinese The Viral Factory, sarebbero già fallite da tempo. Ma proprio un’occhiata al loro reel rivela che la viralità dei loro prodotti creativi passa sempre per l’adozione della triade sesso/violenza/umorismo. E se il posizionamento del vostro Brand non fosse compatibile con questo tipo di trattamento? Fino a che punto è lecito derogare al profilo di Marca per guadagnare una maggiore efficacia virale?
Deroga non sempre necessaria, sia ben chiaro, come dimostra lo storico caso di Dove Evolution o di molte altre campagne sociali (come questa di Greenpeace su Facebook), che riescono ad emozionare e divertire senza trasgredire ad ogni costo. Ma ancora una volta si tratta di evidenti casi di serendipità, per definizione difficilmente ripetibili o pianificabili.

In alternativa, il successo virale può essere raggiunto anche perseguendo la strada che conduce al lato oscuro. Ho omesso finora di considerare il potere attrattivo dell’orrido, del raccapricciante, del trash nelle sue diverse forme; un potere virale dl tutto simile a quello espresso dalla migliore eccellenza. Non si spiegherebbero altrimenti i successi di Romina e Debora (“er calippo e na bira”), di Marco Marfè alle audizioni di X-Factor, e di questo disgustoso ciccione che di recente imperversa su YouTube con la cover di I kissed a girl di Katy Perry.

Se ordinassimo tutti i contenuti della Rete lungo un teorico continuum terrible-terrific, che si estende dal ripugnante allo spettacolare, scopriremmo che la distribuzione segue la forma a campana tipica di molti fenomeni in natura. Il segreto del Marketing Virale è tutto qui; solo una piccola percentuale di contenuti, inesorabilmente collocati alle estremità della curva, ha i numeri per diventare un fenomeno virale. O è veramente brutto o è incredibilmente bello, tertium non datur; ciò che è nella media non ha alcuna chance.

Il raccapricciante è una strada percorribile con successo dai Brand? Forse. Un famoso film virale di StarBurst (nato peraltro per la televisione) ci dimostra che è possibile. Ma converrete con me che si tratta di un’eccezione; quando si percorre consapevolmente la strada dell’orrido è naturale tirare il freno a mano ogni tanto, ed in breve la forza trasgressiva del trash si riduce ad una triste parodia.

La regola del Viral Marketing è questa; Go big or Fail bigger. Scegliete da che parte stare.

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Lancio di WindowsPhone 7. Panico in agenzia.

(Attenzione, il seguente contenuto è consigliato ai soli Nerd. Per sapere se sei un Nerd, fai prima un Test).

È prossimo il rilascio di WindowsPhone7, il sistema operativo per smartphone che dovrebbe risollevare le sorti di Microsoft in campo Mobile. Panico in agenzia, discussioni di ore alla macchinetta del caffè tra fazioni opposte che nemmeno allo stadio ed un’unica certezza; in MRM siamo tutti degli stramaledetti nerd.

Come se avessimo bisogno di conferme di questa nostra triste condizione: la scorsa settimana l’inizio della quarta serie di The Big Bang Theory su CBS è stato accolto in agenzia da una ola. Seguita da festeggiamenti vari, tra cui un torneo Deathmatch all’ultimo frag di Call of Duty: Modern Warfare che ha visto ancora una volta soccombere il Fato (non parlo del destino, ma di un nostro collega). Ma questa è un’altra storia.

Tornando a WindowsPhone7, qui di seguito riporto fedelmente lo scambio di e-mail interne sull’argomento. Se il tema è di vostro interesse, qui di seguito trovate tutto quello che avreste sempre voluto sapere su WP7 e non avete mai osato chiedere, ammesso che ve ne freghi qualcosa.

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Da: Alessandro Fiamingo
A: MRM MLN AllUsers

Ciao a tutti,

ieri pomeriggio ho partecipato ad un webcasting sul lancio di WindowsPhone7.
E’ un po’ che noi sviluppatori stiamo seguendo questo prodotto e nei primi giorni di ottobre usciranno i primi smartphone (Lg e Samsung) che montano WindowsPhone7.
Tra le tante novità le seguenti sono davvero interessanti:

  • Sistema Multitasking vero e proprio;
  • Ambiente di sviluppo eccellente con possibilità di sviluppare con monitor Multitouch;
  • Integrazione totale del linguaggio XNA per sviluppare direttamente sul telefono giochi dell’Xbox (tutti i principali giochi Xbox al momento del lancio saranno disponibili anche per WP7);
  • Piattaforma MarketPlace dove sarà possibile sviluppare e vendere Apps. I costi di licenza sono contenuti e vantaggiosi;
  • Accelleratore grafico DirectX 9;
  • Integrazione di tutti i pacchetti Office compreso SharePoint;
  • Possibilità di sviluppo grafico e programmazione con la suite di Expression;
  • Si potrà sviluppare con hardware potente con diversi sensori integrati nello smartphone;
  • Gestione di fotocamere da 5Mpx e video in HD;
  • E altre novità.

http://www.microsoft.com/windowsmobile/en-us/cmpn/windowsphone7/default.mspx

http://www.xbox.com/en-US/live/phone/default.htm

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Da: Gianluca Ruggiero
A: Alessandro Fiamingo
Cc: MRM MLN AllUsers

Domanda: come sarà possibile, a livello di sviluppo, garantire il funzionamento delle App su piattaforme hardware diverse? È necessario testare su ciascun diverso hardware oppure ci sono degli standard imposti?

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Da: Alessandro Fiamingo
A: Gianluca Ruggiero
Cc: MRM MLN AllUsers

Ciao,

ci sono degli standard hardware minimi imposti. Risoluzione dello schermo 800*480.

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Da: Alessio Cortini
A: Alessandro Fiamingo
Cc: MRM MLN AllUsers

Queste novità non mi sembrano molto nuove… direi che stanno cercando di avvicinarsi a Google ed Apple, vedremo come si tradurrà tutto questo in termini di Usability Experience.

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Da: Alessandro Fiamingo
A: Alessio Cortini
Cc: MRM MLN AllUsers

Ciao,

innanzitutto è il primo sistema multitasking su smartphone — (Iphone non ha multitasking), per noi sviluppatori la grossa novità sta nel fatto dell’ambiente di sviluppo, chi programma Apps di Iphone o Apps per Android sa perfettamente che è un delirio totale.
Con Visual Studio ed Expression le cose sono molto ma molto più immediate ed è possibile sviluppare Apps direttamente con SilverLight o con Visual Studio, è’ come se con Iphone si possano sviluppare Apps con Flash o con Flex….non è poco direi. Integrazione con SharePoint —- ambiente potentissimo e in notevole sviluppo, è un ambiente Microsoft, per quanto ci riguarda tutto quello che è stato sviluppato per (Cliente X) è su SharePoint.

L’altra grande novità sta nel XNA… chi riesce a sviluppare con quella grafica? (nessuno). Avete provato a giocare con i giochi di Android?

E’ chiaro è tutto in fase di lancio ma sembra molto interessante!!!

Ale

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Da: Gianluca Ruggiero
A: Alessandro Fiamingo
Cc: MRM MLN AllUsers

Fiamingo, guardati il porting dell’Unreal Engine su iPhone e la demo di Rage, sempre su iPhone, e poi ne riparliamo!!! :) Ciao bello

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Da: Ester Pampari
A: Gianluca Ruggiero
Cc: MRM MLN AllUsers

Nessuno tocchi Fiamingo e neppure Microsoft!! J

Andate in pace.

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(…)

E così avanti per ore.
Abbiate pietà delle nostre povere anime di nerd e, se vi capita, diteci anche voi cosa pensate di WindowsPhone7.

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Big Bang Theory cacio e pepe

Roma. 21 settembre 2010 ore 19.

Sull’onda dell’anniversario della breccia di Porta Pia, INTERNET conquista  Roma.

Mi faccio strada attraverso un muro di uomini e donne esaltati per assistere alla conferenza organizzata da Telecom da titolo promettente: dove va la NEXT internet generation?

Quando arrivo mi ritrovo circondato da una moltitudine di colleghi, gente della comunicazione innovativa e di aziende digitalmente avanzate;  vecchi nerd promossi oggi a geek che parlano tra loro in un orribile Klingon trasteverino.

Intorno a me si apre il sipario di una puntata della nota serie TV, appena sbarcata su Italia 1, che in tutta la sua lungimiranza l’ha piazzata al’ora di pranzo con i Simpson, convinti che ai ragazzini piacerà. Ma se è vero che, almeno in parte, esistono ancora le diverse generazioni, se piace a molti trentenni andati che conosco bene, la scelta è per lo meno contestabile;  e più che altro chiunque sia interessato al tema ha già scaricato e visto tutta la serie apprezzandola di più perché in lingua originale (e con il supporto dei mitici Subs-addicted).

Tanti uomini i pad/pod muniti circondati da poche donne che ancora sono li a chiedersi “Ma io, dove sono? E perché sono qui?”.

I primi entusiasti ed eccitati che come tanti bambini 45/50 anni al primo giorno d’asilo; che parlavano di sogni futuri e nuove entusiasmanti avventure che presto li aspetteranno. Che tutti insieme, mano nella mano, hanno effettuato il check-in nella sala della conferenza, per arrivare a più di 50 check-in simultanei e sbloccare nuovi badges.

Le seconde, le donne, che abituate da anni a simulare con i loro amanti appaiono molto interessate all’argomento, ma proprio non riescono  a trarne piacere.

Di ggiovani veramente pochi.  Ma è comprensibile …  è martedì sera, c’è Xfactor.

Inizia la conferenza, con circa mezz’ora di ritardo.

Dal carnet degli ospiti sembra che la cosa sia seria. Tra i presenti, Naveen Selvadurai, CEO e co-fondatore di FourSquare in persona.

Un ragazzetto di 28 anni, indo/statunitense. Potete immaginare lo slang…  e lo sguardo terrorizzato del nostro intervistatore che dopo circa 15 minuti di monologo (nel senso letterale del termine, parlava da solo) ammette di non aver capito niente, e passa la parola a Luca Conti, esperto di social media, per avere un suo parere in merito, che non sarà alla stessa altezza ma almeno è nella stessa nostra stessa lingua.

Dopo questa premessa tragicomica, voglio segnalare alcuni temi degni di essere condivisi con voi. Riprendo  dagli appunti che ho annotato sulla mia agenda, e il fatto che prendessi appunti scrivendo, a mano, ha sortito uno strano effetto sui miei vicini di sedia, intenti ad annotare tutto sulla tastierino touch screen dell’iPhone, aggiornando in diretta l’account di Twitter per condividere le perle di saggezza che volavano nell’aria, dedicando alla migliore nientepocodimenoche l’aggiornamento dello status di Facebook.

Questo è quanto:

  • Finalmente dopo anni di tentativi la rete digitale sta diventando parte reale della nostra  rete sociale.  La commistione tra causa digitale ed effetto reale sta crescendo e nuovi modelli di comunicazione e di business stanno raggiungendo una dimensione critica atta ad essere utilizzata per progetti su larga scala.
  • Fenomeni come 4square e a mio avviso ancora di più le piattaforme di acquisto sociale come CityDeal, stanno finalmente rendendo il web “utile” per apportare miglioramenti, o forse meglio, facilitazioni, alle nostre vite reali.
  • Continua ad essere vero e rilevante un insight di cui abbiamo sempre parlato ma che fa sempre bene ricordare e cioè che le idee che veramente trovano uno spazio nel digitale sono quelle che partono da insight primordiali e analogici che si arricchiscono e si potenziano attraverso lo strumento digitale.
  • Questo fa evolvere l’era digitale ad un nuovo stadio,  in cui il concetto di media che mettere in relazione un grande soggetto a tanti consumatori compie l’ultimo passo verso la, la definitiva delocalizzazione del potere,  permettendo a chiunque, anche ad una singola persona, di promuovere se stesso e ciò che vende ad altre persone interessate.

Come questo può diventare interessante e fonte di nuovo business per noi che facciamo questo mestiere, resta per me un mistero tutto da scoprire e sui cui mi piacerebbe avere un vostra opinione.

Ma soprattutto, riusciranno i nostri eroi, questo esercito di “geek man”, tutti entusiasmo e grandi parole (ma poco cuore e acciaio), a sfruttare realmente le potenzialità di questa rivoluzione?

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APPLE IS EVERYWARE

Più di una settimana è passata dall’ultimo keynote di Steve Jobs. Tanti nuovi prodotti, nuove caratteristiche ed aggiornamenti di software. Per una lista completa, ci sono già milioni di articoli e post in rete in grado di soddisfare ogni nostra inconfessabile voglia di pornografia informativa, con eccitanti particolari sulla iTV, audaci inquadrature della nuova gamma di iPod, e scabrosi primi piani delle piattaforme Game Center e Ping.

Evitiamo di soffermarci sui dettagli e cerchiamo invece di interpretare la strategia di Apple; da questo punto di vista, il keynote di mercoledì scorso è stato forse uno dei più illuminanti degli ultimi anni.
Ad un’analisi più approfondita, il vero protagonista della presentazione è stato il sistema operativo iOS, che espande la sua presenza all’interno della gamma Apple, facendo il suo ingresso anche in salotto con il lancio di iTV. Un sistema operativo facile da usare, leggero e per questo potenzialmente “ubiquo” che oggi conta su più di 120 milioni di apparecchi, crescendo all’incredibile ritmo di 230.000 nuove attivazioni al giorno.
È ormai chiaro che Jobs punta su iOS per la creazione di un ecosistema diffuso, facilmente accessibile e semplice da usare, che gestisca gran parte delle attività umane legate all’intrattenimento ed alle relazioni sociali; il tutto rigorosamente su hardware e piattaforme Apple. Egli prevede e promuove la fine del predominio del mondo Desktop (per anni dominato da Microsoft), sempre più limitato ad un ruolo esclusivamente professionale. Intendiamoci: i Personal Computer convivranno ancora a lungo con i nuovi strumenti digitali più agili (Smartphone, Pad), ma questi ultimi saranno usati più a lungo dei primi, beneficiando di una Share-Of-Time significativamente più elevata. Con buona pace di Windows, Linux e dello stesso MacOS, il futuro in ambito consumer è di iOS e Android.

Con i suoi nuovi lanci, Apple si candida quindi ad essere la protagonista di una nuova era informatica, quella del cosiddetto Ubiquitous Computing (anche noto come Ubicomp o Everyware); un importante passaggio evolutivo il cui avvento fu anticipato già nel 1988 da Mark Weiser e John Seely Brown, in quella fucina di idee rivoluzionarie che era lo Xerox PARC di Palo Alto. Wikipedia lo definisce così:

“Lo ubiquitous computing (o ubicomp) è un modello di interazione uomo-macchina in cui lelaborazione delle informazioni è stata interamente integrata allinterno di oggetti e attività di tutti i giorni. Opposto al paradigma del desktop computing, in cui un utente individuale aziona consciamente una singola apparecchiatura per uno scopo specifico, nello ubiquitous computing l’utente aziona diversi sistemi e apparecchiature di calcolo simultaneamente, nel corso di normali attività, e può anche non essere cosciente del fatto che questi macchinari stiano compiendo le proprie azioni e operazioni.”

Si tratta, in breve, del tentativo di rendere la tecnologia completamente invisibile agli occhi dell’utente, rendendo inutile qualsiasi necessità di adeguamento ai linguaggi della macchina ed azzerando così ogni forma di Digital Divide di matrice culturale. Siamo pertanto vicini alla realizzazione di un futuro utopico (ma anche possibilmente distopico, per le Orwelliane conseguenze in tema di Privacy) in cui i computer si fonderanno con l’ambiente fino a celare del tutto la propria esistenza; un futuro che sembrerà stranamente simile al passato pre-informatico.

Per rendere possibile questa evoluzione sono necessari tre requisiti fondamentali: ubiquità della tecnologia, simultaneità di calcolo e incoscienza del suo utilizzo.
I primi due aspetti sono già disponibili da tempo grazie agli sviluppi tecnologici in campo Mobile, conseguenza della legge di Moore (processori sempre più piccoli e potenti) e di nuove e veloci modalità di trasmissione dei dati (WiFi e WiMax). Tuttavia nessuno era riuscito finora a lavorare con profitto sul tema dell’incoscienza, ossia della invisibilità della tecnologia. Per riuscirvi bisognava introdurre anche nel mondo Mobile una visione progettuale genuinamente centrata sui bisogni dell’utente; e questo è avvenuto solo al lancio dell’iPhone.
Hanno ragione i detrattori di Apple quando accusano di aver solo dato una forma diversa a funzionalità già esistenti; peccato che essi sottovalutino l’importanza storica di un approccio eversivo che ne ha modificato per sempre l’esperienza, rendendole alla portata di tutti.

Ma per rendere invisibile una tecnologia non basta l’applicazione di uno standard di interazione uomo-macchina facile ed intuitivo. Occorre anche uno standard di linguaggio macchina che consenta un’interazione senza intoppi tra hardware a volte molto diversi (TV, telefono, computer). È a questo proposito che iOS assume un ruolo chiave; l’adozione di un unico sistema operativo garantisce la massima interoperabilità e riduce al minimo le attività manuali di configurazione dell’ecosistema tecnologico, un’attività che richiede conoscenze informatiche non comuni e troppo spesso dagli esiti incerti.
Grazie all’adozione di iOS, la nuova iTV promette finalmente una facile ed immediata integrazione ai contenuti della Rete, attraverso iTunes ma non solo; un apparecchio piccolo (veramente invisibile, dunque ubiquo per definizione), che chiunque è in grado di collegare al televisore del salotto. Al momento l’offerta è limitata, si fa per dire, ai contenuti multimediali di iTunes; ma è facile prevedere la successiva espansione ad AppStore, con una ondata di nuove Applicazioni pensate apposta per un utilizzo televisivo, e l’integrazione con il neonato GameCenter, che di fatto trasformerebbe iTV in una valida alternativa alle piattaforme di gioco casalinghe quali Xbox360 e PS3. Tutto facilitato da una immediata integrazione con iPhone ed iPad che potrebbero fungere da console di comando di un sistema casalingo integrato che non ha eguali. Solo Google appare oggi in grado di mettere in campo una visione e delle capacità altrettanto adeguate, nonostante i dubbi sulla GoogleTV recentemente presentata; Android è una piattaforma di sviluppo potente, che cresce a ritmi vertiginosi e che è stata accettata con enorme favore da parte della comunità degli sviluppatori, garantendo qualità e quantità del supporto. Allo stesso tempo, Google è l’unica azienda che condivide con Apple la fissazione per un’evoluzione “invisibile” della tecnologia.
Mentre gli altri concorrenti si affannano a lanciare continuamente prodotti, elencando nuove mirabolanti caratteristiche tecniche e lanciando tardivamente sistemi operativi proprietari che faticheranno a trovare una comunità di sviluppatori a supporto sufficientemente grande, Apple e Google spostano il terreno competitivo sulla creazione di un vero e proprio ecosistema, di cui i prodotti rappresentano dei “semplici” terminali di accesso.

Le implicazioni di questo scenario in campo pubblicitario sono enormi.
Da tempo si discute della morte del cosiddetto interruption marketing, che tuttavia resiste in ambito televisivo; ma l’avvento della iTV di Apple e di GoogleTV promettono di rendere il 30″ ed i sui simili totalmente irrilevanti, con piattaforme televisive non più riservata ad una piccola nicchia di computer geeks ma finalmente destinate alle masse, per prezzo e semplicità d’uso.
E anche qui, c’è da scommettere che Apple e Google diventeranno interlocutori sempre più fondamentali per i centri Media, essendo di fatto gli unici intermediari di un consumatore che sarà sempre più libero di scegliere contenuti e tempi e modalità di fruizione.

La buona notizia è che In Italia questo scenario è ancora molto lontano, in assenza di accordi sulla distribuzione dei contenuti sulla piattaforma iTunes.
Ma è davvero una buona notizia?

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La rivincita dei Tangible Assets

Negli ultimi tre anni credo di aver fatto qualche dozzina di presentazioni sull’impatto che l’era digitale ha avuto sulle Marche, su come si è modificata la loro percezione da parte delle persone, e la relazione con esse, oggi che tutto è raggiungibile, commentabile, verificabile al volo, sul tram e in pochi click.
E temo che i nostri poveri Clienti ne abbiano subite altrettante.
Non solo.
In questo momento tutta l’attenzione dell’industria, delle ricerche, degli esperimenti di comunicazione sembra essere alla caccia disperata di una soluzione, di un modello alternativo – che passi attraverso facebook o lo smart phone poco importa – capace di rinnovare i bei tempi di quando sapevamo cosa fare, sapevamo che cosa dire per rendere le nostre Marche affascinanti e ricche di valore.
Ma non credo che le nostre difficoltà derivino solo dallo stravolgimento del panorama mediatico.
Anzi.
Alla base di questa profonda crisi ci stanno perlomeno altri due fattori assai più determinanti, che casomai la nuova realtà digitale rende più diffusi ed evidenti.
Il primo è la volgarizzazione del marketing.
Il secondo è la roulette finanziaria.
La volgarizzazione del marketing, nel senso etimologico di “diffusione presso il volgo”, è iniziata molti anni fa.
Già nei primi anni novanta  le aziende, l’industria dell’intrattenimento, la pubblicità, ringalluzzite dagli innegabili successi, mettevano in mostra senza pudore i loro meccanismi. Giusto e inevitabile, direi, ma vi confesso che quando in un gruppo di indagine di mercato ho sentito per la prima volta una signora dirmi “ ….la reclame di questo gelato a me non piace, ma so che l’avete fatta per mio figlio…” ho cominciato a sentirmi un po’ più nudo.
Il fatto è che a furia di pubblicità spettacolo, valore dell’immagine, segmentazioni, trasmissioni dedicate, talk show e grandi fratelli, le persone una cosa l’hanno capita bene: io sono un target, io sono una audience.
E siccome essere un bersaglio (target) non piace a nessuno, nemmeno al paglione del tiro con l’arco, e siccome con la mia audience tu fai dei soldi, ecco che un dato ineliminabile dell’oggi è l’autopercezione del proprio valore. Non solo: la percezione che è il mio valore che crea il tuo.

La roulette finanziaria è stata un po’ come la storia del doping nel ciclismo: la prima volta era un problema di singole mele marce. La seconda volta un problema di alcune squadre fuori controllo. La terza, la quarta, la quinta sono state la definitiva dimostrazione di un sistema completamente deviato nel quale il valore apparente delle cose non corrisponde al valore reale.
Ma come?!?
L’altroieri il petrolio è balzato a 100 dollari al barile e tu mi hai spiegato che è a causa dei cinesi che sono quasi due miliardi. E io ti ho creduto.
Ma  oggi mi dici che è sceso a 70 perché hanno trivellato un nuovo pozzo nel mare del nord?!? Ma sei scemo o mi stai imbrogliando? Mi stai imbrogliando.
La certezza dell’imbroglio a scopo di lucro – per poter lucrare sui miei soldi – da parte delle aziende e a volte persino delle istituzioni, è l’altro grande, nuovo caposaldo della nostra consapevolezza collettiva.
Cosa c’entra questo ragionamento con i valori tangibili e quelli intangibili delle Marche? A mio avviso c’entra parecchio.
Per argomentare voglio partire dal motto, molto bello, della grande Agenzia per la quale lavoro: “truth well told”, la verità ben detta.
Per almeno tre decenni l’ attenzione della nostra industria e quella dei nostri Clienti è stata
focalizzata sulla seconda parte: contava sì la verità, ma contava soprattutto che fosse detta bene.
Perché alla fine “tutti i prodotti industriali tendono ad assomigliarsi” e allora “ sapere legare i nostri prodotti a bisogni profondi, reali o emotivi del target” era la garanzia per costruire una Marca duratura. Non importa se “…è una balla; l’importante è che sia credibile”.
 Aggiungere, anche e soprattutto con la comunicazione, valore intangibile alla bieca fisicità o funzionalità dei nostri prodotti e dei nostri servizi è stata per decenni la via maestra. L’unica via, direi.
Oggi quella strada è ostruita per sempre dai due macigni di cui sopra. Le persone sanno perché lo facciamo e sanno che non abbiamo esitato a mentire per farlo.
Con ciò  non è che il valore intangibile dell’immagine della Marca sia sparito. Molto più semplicemente i fasti e le arroganze del passato oggi ci impediscono di alimentarlo con le bugie.
Tanto più che nel frattempo, per star dietro alle quotazioni di Wall Street del prossimo mese, i nostri Clienti hanno inseguito la pietra filosofale, cercando di produrre il medesimo risultato con l’impiego di minori risorse.
Tentativo molto romantico, ma anche altamente improbabile, che ha provocato in molti casi un drastico abbassamento della qualità reale e percepita.
Allora forse conviene tornare ad interessarsi alla prima parte del nostro motto: la verità.
Che altro non è se non la performance che il nostro prodotto e il nostro servizio sono in grado di dare. Magari uguale a quella degli altri, magari migliore. E se è peggiore avremo un ottimo terreno su cui mettere in gioco la nostra intelligenza e il nostro denaro.
Insomma è tempo di tornare a conversare con le persone di valori reali, tangibili e verificabili.
Anche perchè sono gli unici in grado di ridar fiato agli ormai stremati asset intangibili delle nostre Marche.

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IF YOU LIE, YOU DIE.

E’ di qualche settimana fa la pubblicazione su Youtube di un’intervista a Richard Seymour, noto designer inglese e futurologo, dal titolo “The New Order”.  Nulla di particolarmente nuovo; il tema è il radicale cambiamento nelle regole di comunicazione nel nuovo mondo digitale, argomento su cui è già stato detto tanto.
Mi ha però molto colpito, per la sua efficacia e sintesi, la seguente frase:

“The first rule of the New Order is: Tell the Truth.
Because if you lie, you die.”

Della necessità di non raccontare più frottole in comunicazione si parla da tempo. Almeno due o tre chart sull’argomento sono inserite d’obbligo nelle presentazioni di scenario digitale di qualsiasi agenzia, ed ovviamente noi in MRM non facciamo eccezione.

Già il fatto che si debba affrontare l’argomento è un pessimo segnale; evidentemente di frottole se ne raccontano tante. Non possiamo più stupirci del fatto che il marketing sia in crisi; dopo anni di mezze verità, iperboli o bugie belle e buone infiocchettate alla sanfasò, oggi la parola marketing è sempre più spesso, nel lessico comune, sinonimo di “supercazzola“.

Ok, noi non diciamo bugie. Del resto i nostri uffici legali non ce lo consentirebbero.
“Truth Well Told” diceva McCann già nel 1915, e c’è da credergli. Allora? Di cosa parliamo?
Parliamo del superfluo. Parliamo dell’irrilevante elevato a indispensabile. Parliamo di tutti quegli aggettivi, quelle storie, quegli inutili orpelli narrativi a cui sempre più spesso ci affidiamo per rendere più interessante un prodotto o un servizio privi di alcuna peculiarità. Non mi fraintendete; sono un sostenitore convinto della necessità di una buona narrazione della Marca, ma solo quando essa poggia su fattori tangibili, verificabili e soprattutto rilevanti. Fattori non necessariamente fisici, ma anche emotivi; purché la Marca sia credibile, per storia, convinzioni ed azioni, nel sostenere ed associare il proprio nome ad un determinato insieme di valori.

Non parliamo quindi di bugie con la “B” maiuscola, ma più propriamente della succitata supercazzola, che è oggi necessario introdurre ufficialmente come una precisa e nefasta categoria di comunicazione.
E qui, avete voglia di fare no con la testa, siamo tutti largamente colpevoli. Ancora oggi, molti messaggi pubblicitari si concentrano su aspetti dell’offerta che sono inutili, non verificabili o peggio ancora irrilevanti. C’è quindi da sperare che nessuno li veda, perché possono al massimo irritare, o offendere l’altrui intelligenza. Un esempio su tutti, una recente campagna dell’AMA, la azienda di raccolta e smaltimento rifiuti della Capitale.

Campagna AMA con Arcuri

Ecco un notevole esempio di supercazzola: “Per 7 romani su 10, c’è più personale AMA sulle strade”. Non un fatto tangibile ma una semplice percezione, rilevata chissà come, usata come messaggio di promozione del servizio. E si badi bene, neanche “Per 7 romani su 10 le strade sono più pulite” o “l’asfalto profuma di violetta”, e neanche “il personale AMA lavora meglio”. No. C’è più gente in giro, punto. Nessun riferimento a fatti o cose reali.
Cosa è successo poi è abbastanza prevedibile. Molti cittadini se la sono presa; articoli sui giornali, commenti sprezzanti su blog e forum. È notizia di ieri che AMA è corsa ai ripari con una nuova campagna, questa volta tutta incentrata su temi e risultati concreti. C’era proprio bisogno di compiere questo passo falso? Non se ne potevano prevedere gli effetti negativi?
Purtroppo quella dell’AMA non è classificabile come un’ingenuità commessa da principianti del marketing. Oggi l’andazzo è questo e anche Marche ed aziende più blasonate e storicamente “marketing-oriented” commettono errori simili.

La necessità di essere rilevanti ed accountable nel messaggio di Marca non è una novità. Ma mentre ieri si poteva perdonare qualche leggerezza, oggi questo non è più possibile; gli effetti possono essere devastanti. Perché la gente conosce ormai a menadito il gioco della comunicazione, in cui è sempre più parte consapevole ed attiva; inoltre, a differenza del passato essa può decidere se stare o meno al gioco, o anche scegliere di contrattaccare, quando si sente offesa o presa in giro. Gli strumenti per sputtanare una Marca su scala globale ci sono, e non costano nulla; in più, vuoi mettere la soddisfazione?
Supponiamo invece che una Marca abbia confezionato la sua comunicazione in modo impeccabile; nessun problema di irrilevanza, bugie o mezze verità. Pensate che essa sia al sicuro da attacchi? Purtroppo no. Ogni azione della Marca, dallo stesso prodotto al servizio post-vendita alle conversazioni attivate – anche consapevolmente – sui Social Media, è oggi al vaglio continuo del consumatore/inquirente. E se c’è qualcosa che non va, state pur certi che la questione verrà sollevata, da qualche parte nella rete.
Purtroppo la gestione della risposta è un problema che oggi trova spesso la Marca impreparata. Le procedure, i tempi ed il linguaggio usati normalmente nel cosiddetto Crisis Management sono assolutamente inadeguati al nuovo scenario, ed anzi producono sovente l’effetto contrario, irritando ulteriormente il consumatore con risposte in sterile legalese.
È a questo punto della storia che il consiglio di Richard Seymour torna estremamente utile; siate sinceri. Imparate ad esempio da Steve Jobs, che di marketing se ne intende. Pensate al cosiddetto AntennaGate, lo scandalo legato al malfunzionamento dell’antenna sull’iPhone 4, a pochi giorni dal lancio; se mezzo mondo aspettava con trepidazione l’ultimo successo di casa Apple, l’altra metà aspettava da anni, coltello tra i denti, un errore dell’antipatico e supponente Steve. È bastato il filmato del malfunzionamento su YouTube, e si è scatenata subito una tempesta mediatica globale. Immaginate se fosse capitato a voi, dopo il lancio del prodotto su cui contavate per fare il budget; roba da far accapponare la pelle.

Steve Job Keynote AntennaGateCome reagisce Steve Jobs al problema? Indice uno dei suoi ormai celebri keynote e dichiara al mondo intero “We’re not perfect”.
Anche se avete commesso uno sbaglio, ammettetelo ed andate avanti, mostrando apertura e sincera voglia di risolvere il problema. Non abbiate paura, tutti sanno che siete nel business per i soldi e nessuno si aspetta che voi vi trasformiate da un giorno all’altro, folgorati sulla via per Damasco, in filantropi che gestiscono opere di carità. È solo che i vostri consumatori odiano essere presi in giro e vorrebbero essere trattati con rispetto, non come dei poveri deficienti. Con la sostanziale differenza che oggi possono urlarlo al mondo intero.

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